Campane di Guerra : cenni storici

I loro rintocchi accompagnano e scandiscono i momenti tristi e gioiosi della nostra esistenza, delle nostre tradizioni e della stessa storia dei nostri paesi, piccoli o grandi che siano.

Ma quelle campane che tanto apprezziamo e che appartengono ad un’arte metallurgica ormai decaduta e pur tuttavia ancora ineguagliata dai tanti surrogati della tecnologia moderna, affondano spesso le loro origini e soprattutto la loro intima essenza nel travaglio grande ed ineffabile della guerra.

Nell’agosto del 1918, ancor prima del definitivo successo delle nostre armi, venne costituita l'”Opera di soccorso per le Chiese rovinate dalla Guerra”, che fu poi approvata con autografo di Papa Benedetto XV in data 5 novembre di quell’anno e sostenuta dall’adesione piena e solidale di autorità, artisti, benefattori cospicui e modesti.

Retta da una Presidenza d’Onore, della quale fecero parte Sua Eminenza il Cardinale Pietro La Fontaine, Patriarca di Venezia, e i Vescovi della Regione, nonché da un Consiglio Direttivo, composto da personalità ed artisti, essa fu diretta da Mons. Giovanni Costantini, che rivolse ogni più sollecita ed amorevole cura al raggiungimento dell’ambiziosa meta.

La dirigenza dell’Opera, che si valse pure della collaborazione di una Commissione artistica e di un Comitato di Signore, imperniò il suo programma sui seguenti punti fondamentali:

1) provvedere gli arredi necessari per l’esercizio del culto alle Chiese spogliate nella zona d’operazione e nelle terre liberate e alle baracche-Chiese che si andavano erigendo man mano che nuclei di persone si raccoglievano nei paesi rovinati e abbandonati

2) provvedere le campane asportate dal nemico dai paesi delle terre liberate e redente

3) dare norme d’arte per la ricostruzione delle Chiese rovinate.

Anche se la diocesi di Belluno e Feltre contava solo 1 Chiesa distrutta, 16 gravemente danneggiate e 65 parzialmente danneggiate (relativamente poco rispetto ai dati riguardanti Gorizia o Trento), un dato impressionante emergeva dalla rapina delle campane, che nelle terre invase contò un’asportazione di circa 10.000 pezzi, per un peso complessivo di oltre 40.000 quintali.

L’opera, per attuare il loro ripristino, chiese ed ottenne la concessione di cannoni austriaci di bronzo, che si adattarono benissimo allo scopo, con opportune integrazioni di stagno.

I sette fonditori di campane presenti nel Veneto, già celebrati artieri, dopo aver superato lunghe difficoltà per il ritiro del materiale bellico assegnato dal Governo, rifecero e ricollocarono al loro posto le campane, cosicché i festosi rintocchi poterono contrappuntare di nuovo emozioni e ritmi di vita.

Quasi tutte portano ancor oggi riprodotta l’iscrizione dettata da un insigne Padre, che fu anche fervente patriota e cittadino dottissimo, il prof. Ermenegildo Pistelli: ‘Me fregit furor hostis at hostis ab aere revixi Italiam clara voce Deumque canens”

Oppure, in alternativa, la frase: ‘Asportata dagli austriaci (o dai germanici) il giorno…..; rifusa col bottino della vittoria il giorno…’.

Le campane nuove furono riprodotte per lo più nel peso identico di quelle asportate, e spesso con le originarie iscrizioni, nella volontà di rispettare al massimo la storia e le tradizioni locali.

Ricordiamoci dunque qualche volta di quanta dolorosa lotta si nasconda dietro quei rintocchi, che echeggiano da tanti campanili delle nostre città e paesi.

Mai preghiera di pace – noi crediamo – ha saputo elevarsi più forte e commovente da un retaggio di guerra, giacché quelle campane sono nate davvero, idealmente e materialmente, da un crogiuolo di sofferta umanità.

Tratto da Il Corriere delle Alpi – 2005
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